Big Tech e strategie di controllo: costruire sistemi invece di subirli
Attilio Redivo, Ceo di Outcome, ci spiega perché il tema oggi non è più se utilizzare le piattaforme, ma come farlo senza rinunciare al controllo del proprio business
Nella sezione Opinioni, Engage ospita contributi firmati da professionisti ed esperti del marketing e della comunicazione. In questo articolo, Attilio Redivo, fondatore, partner e alla guida di Outcome, ci spiega perché le aziende devono usare le piattaforme digitali senza diventarne dipendenti, perché il tema non è più se utilizzarle o meno, ma come farlo senza rinunciare al controllo del proprio business.
Negli ultimi anni, le grandi piattaforme digitali sono diventate un passaggio obbligato per molte aziende. Visibilità, advertising, dati, performance: una parte crescente del valore dei brand passa da ecosistemi esterni, proprietari, globali. Essere presenti su questi ambienti ed investire crescenti risorse in essi è oggi inevitabile. Dipenderne strategicamente, però, è una scelta. E non sempre è una scelta consapevole. Nel mondo del marketing e dei media, il tema non è più se utilizzare le piattaforme, ma come farlo senza rinunciare al controllo del proprio business.
La nuova asimmetria: quando l’infrastruttura diventa potere
I Big Tech non sono semplicemente “canali”. Sono infrastrutture. Gestiscono:
- l’accesso ai consumatori,
- la distribuzione dei contenuti,
- la raccolta dei dati,
- le regole di monetizzazione,
- gli algoritmi di visibilità.
In questo contesto, molte aziende si trovano a operare in ambienti che non controllano, secondo logiche che non definiscono e che talvolta nemmeno conoscono, su dati che non possiedono pienamente. È una forma moderna di dipendenza industriale, spesso mascherata da efficienza operativa. Nel breve periodo, questi ecosistemi offrono risultati rapidi con ottimizzazioni supportate da dati e tecnologie proprietari. Nel medio-lungo, rischiano di comprimere margini, indebolire il posizionamento e ridurre l’autonomia strategica dei brand.
I falsi miti che alimentano la dipendenza
Come già accaduto in passato con altri mezzi, anche attorno alle grandi piattaforme si sono consolidati alcuni luoghi comuni che meritano di essere messi in discussione.
1° falso mito: “Se non ci sei, non esisti”
No, essere presenti è importante ma non sufficiente. Essere solo sulle grandi piattaforme in modo esclusivo non è la strada vincente.
E’ sconsigliato affidarsi integralmente a pochi intermediari poiché questo espone l’azienda a rischi sistemici: cambi di policy, aumento dei costi, riduzione della visibilità, perdita di potere negoziale.
2° falso mito 2: “Sono solo strumenti”.
No, le piattaforme non sono neutrali. Orientano i comportamenti, privilegiano alcuni formati, penalizzano altri, ridefiniscono continuamente le regole del gioco. Chi le considera semplici mezzi rischia di subirne passivamente l’evoluzione.
3° falso mito 3: “Non esistono alternative”.
No, le alternative esistono, ma richiedono investimenti, competenze e visione. Canali proprietari, partnership locali, ecosistemi verticali, strategie data-driven indipendenti: sono percorsi più complessi e onerosi, ma anche promettenti e – in definitiva - più sostenibili nel tempo.
Il tema non è “contro” le piattaforme, ma “oltre” le piattaforme
La discussione sui Big Tech viene spesso polarizzata: favorevoli contro contrari, innovazione contro protezionismo. È una lettura fuorviante oltre che sterile. Il vero tema è costruire un equilibrio diverso da quello proposto.
Utilizzare le piattaforme come leve di crescita, senza trasformarle nell’unico pilastro del business. Come ha più volte sottolineato Mario Draghi, la forza dell’Europa e delle sue imprese passa dalla capacità di fare sistema. Lo stesso principio vale nel marketing: nessun brand, da solo, può competere con colossi globali, ma molti brand in che operano in modo coordinato possono costruire ecosistemi alternativi e complementari e creare un diverso equilibrio.
Cosa possono fare concretamente i brand?
Uscire da una logica di subalternità non significa rinunciare alla performance. Significa governarla. Alcune direttrici sono ormai imprescindibili:
1) Rafforzare il patrimonio dati.
Costruire e proteggere i dati proprietari è una priorità strategica. CRM, first-party data, integrazione tra touchpoint online e offline non sono più progetti IT, ma asset competitivi. Anche il lavoro di organismi come UPA sulla misurazione e sulle metriche condivise va in questa direzione: ridurre la dipendenza informativa dai walled garden.
2) Diversificare i canali in modo intelligente.
La diversificazione non è dispersione, bensì progettazione. Significa costruire mix bilanciati tra:
- piattaforme globali,
- canali diretti,
- media locali,
- partnership verticali.
Con ruoli chiari e obiettivi distinti.
3) Integrare tecnologia e strategia.
Abbiamo riscontrato che alcune aziende hanno stack tecnologici avanzati, ma talvolta senza una vera governance strategica. Tool, piattaforme e dati devono essere orchestrati in funzione di specifiche esigenze di business e rispondere a precisi obiettivi che - a loro volta - guidano strategie di impiego del dato complesse.
4) Investire in competenze.
La vera autonomia non nasce dagli strumenti, ma dalle persone. Competenze su dati, media, tecnologia e strategia devono essere interne o comunque fortemente presidiate. Senza questo, ogni ecosistema esterno rischia di restare dominante.
Qual è il valore aggiunto dei consulenti indipendenti?
In questo scenario, il ruolo della consulenza sta cambiando profondamente. Non basta più ottimizzare campagne, piattaforme o KPI. Serve accompagnare le aziende nella costruzione di modelli sostenibili. In Outcome lavoriamo proprio in questa direzione: aiutare i brand a:
- leggere i dati in modo indipendente,
- progettare architetture media resilienti,
- integrare tecnologia e strategia,
- misurare e valutare l’impatto reale delle scelte di canale sul business.
Il nostro obiettivo non è “evitare” le piattaforme, ma aiutare le aziende a usarle se non proprio da una posizione di forza, almeno non di dipendenza. assoluta. Costruire autonomia richiede metodo, visione e continuità. Non esistono scorciatoie. I Big Tech non sono una moda passeggera., sono li per restare e – se possibile – diventare ancora più forti. È una delle grandi questioni strategiche non solo del marketing contemporaneo, ma delle nostre stesse vite. Le aziende che sapranno governare questa complessità - invece di subirla - saranno quelle con le migliori prospettive nei prossimi anni.